September 14, 2008

L’inquilino notturno


Se fossimo nel 1600 o anche solo negli anni ’60 per il solo pensare, figuriamoci scrivere, quello che leggerete più avanti mi sarei auto condannata per stregoneria e/o possessione demoniaca.


Pensandoci bene, anche ora, nel 2008, a molti verrebbe in mente di farmi fare qualche bagno nell’acqua santa oppure di farmi indossare un simpatico capo con le maniche che si annodano dietro la schiena, ma ho l’illusione che nell’era di Harry Potter e con il 2012 che si avvicina, qualche libertà in più esista.

Ma dopotutto cosa importa? Nulla si può recriminare alla fantasia dello scrittore, per quanto umile sia. Appena vedo qualcuno accatastare un po’ di legna intorno ad un palo, posso sempre dire di essermi inventata tutto!

E poi, in fondo, chi crederebbe che un fantasma mi visita di notte?

Fin da piccola ho sempre saputo di avere cinque sensi e un quarto. Fortunatamente nessun corpo in decomposizione si è mai manifestato nei miei sogni reclamando giustizia o di poter parlare con i propri famigliari. Ci sono già altre persone che ci pensano a queste cose, che apparentemente poi risultano credibili solo in tv.

Comunque, credo che la pre-adolescenza e l’adolescenza stessa siano stati i periodi in cui la mia mente, o tutta me stessa, erano più aperti a quello che la maggior parte delle persone attribuisce al soprannaturale, e che io, invece, chiamo semplicemente “naturale”.

Ad ogni modo, ho dei vividi ricordi di quando, ancora alla scuola elementare, dovetti cominciare a fare i miei compiti pomeridiani con la musica accesa, perché nel silenzio della stanza mille voci indistinguibili affollavano la mia mente.

Oppure la precisione chirurgica con cui sapevo sempre quando sarei stata interrogata o come sarebbe andata una verifica in classe. Potrebbe sembrare che barassi nell’ottenere i voti, in realtà questa, chiamiamola così, facoltà premonitrice era così poco sviluppata, da rivelarsi addirittura inutile, perché si manifestava la mattina stessa, quando, quindi, ormai era troppo tardi per ripassare meglio quel capitolo in più. Diciamo che, semplicemente, sapevo che sorte avrei subito quel giorno.

I luoghi densi di storia o di vita vissuta sono sempre stati per me fonte di terrore e piacere. Perché esistono ospedali, castelli, ville che per qualche motivo mi parlano e mi trasmettono sensazioni. Peccato che sembra, per qualche strano scherzo del destino, o forse a causa della stessa natura umana, che nelle mura rimangano solo ricordi di sofferenza, desolazione, dolore, rabbia, tanto che più di una volta sono fuggita tremando da edifici in cui spero di non mettere mai più piede. Motivo per cui , complice anche una mia innata codardia, non ho mai voluto visitare siti storici che so essere zuppi di questi ricordi. Sono quasi sicura che andrei in sovraccarico.

Mano a mano che crescevo, forse mi sono inaridita, oppure sono diventata abbastanza brava a bloccare queste “presenze”, le voci si sono quasi del tutto quietate. Ma permangono ancora dei momenti in cui un’ombra gelida ed invisibile mi opprime il petto, infondendomi paura o tristezza, e lasciandomi vuota e disperata.

A volte, però, le presenze non sono così negative. Fin da piccola ho sentito una mano sulla mia spalla sinistra, una specie di angelo custode, se così vogliamo chiamarlo per usare la terminologia più famosa, che io ho sempre identificato con mia nonna, che vegliava su di me, ammonendomi quando stavo sbadatamente facendo qualcosa di pericoloso, mandandomi immagini del terribile incidente che avrei potuto subire se non mi fossi svegliata e non avessi fatto attenzione a dove mettevo i piedi. Quando ero molto piccola avevo molta paura di lei (sono sicura che sia una figura femminile), e con il tempo sono riuscita a costruire una specie di scudo, di muro tra me e lei, tanto che mi permettesse di non sentirla. Ma ancora oggi, se faccio cadere la protezione, se la allento solo un po’, lei è lì con la sua mano che mi veglia e mi protegge.

A volte, però, parafrasando il mio mito della scrittura Stephen King, le voci ritornano. Quando sono distratta e non sono concentrata nel tenerle fuori dalla mia testa, si insinuano di nuovo, con il loro vociare incomprensibile e confuso. Ognuno con qualcosa di diverso sa dire.

L’11 settembre 2001 sapevo che era successo qualcosa di terribile ancora prima che mi dicessero di accendere la tv perché a New York era successo un incidente aereo. E quella volta le voci erano così forti che riuscivo a distinguerne qualcuna, e mi dicevano che avevano paura e piangevano e si disperavano.

Ogni volta che succede qualcosa di terribile le voci ritornano. Non ho mai capito però perché succeda solo quando le tragedie accadono nel mondo occidentale. Io, che mi considero una paladina antirazzista, ho il mio quinto senso e un quarto che discrimina? Forse le voci si fanno sentire solo da chi sa che le capirà. Ma non me ne cruccio più di tanto. Con piacere misto a tristezza, le sento sempre più di rado. A volte mi colpevolizzo, pensando che sia a causa mia, perché mi sono chiusa al mondo, ma poi mi dico anche che tra tutte le facoltà che ci sono, la mia è proprio la più inutile, perché mi avverte a cose già fatte. Non sarei mai un supereroe, insomma.

Quello che ancora succede, però, sono le visite dei fantasmi. O meglio, io li chiamo così, ma non so quale sia la corretta definizione. So solo che di solito comincia il tutto quando qualche oggetto sparisce dalla mia casa, o quando mentre scrivo qualcosa mi accorgo che sul foglio ci sono delle lettere che io ancora non ho scritto, o quando perdo qualche secondo. Sì, qualche secondo, intendo proprio di orologio. Scully, con sguardo di rimprovero, mi direbbe che non è possibile, che il tempo è una costante universale, e che non si può perdere, eppure succede.

La prima visita fu davvero gradita. Era morta da poco tempo la mia gatta. La gatta con la G maiuscola, l’animale che se sei davvero fortunato entra a far parte della tua vita, una ed una sola volta nella tua esistenza. In questa vita per lo meno. Lei era il nostro famigliare, la creatura arrivata da noi per aiutarci, sostenerci, guidarci. Se ne è andata molto presto, evidentemente il suo compito con noi era finito, ed è dovuta andare da qualcun altro, ma questo pensiero non ha diminuito per niente il dolore di vedere il suo corpo senza vita, di non poter più dormire con lei.

Una notte proprio mentre stavo per addormentarmi (è in quel momento che arrivano) la sentii salire sul letto. Non mi voltai, non mi alzai, per paura che se ne andasse. Sapevo che era lei, la mia anima l’aveva riconosciuta. Si sistemò in fondo ai miei piedi, come era solita fare, e aspettò che mi addormentassi. Evidentemente sapeva che avevo bisogno di stare con lei per un’ultima volta, ed era venuta a farmi visita.

La seconda volta che sentii qualcuno salire sul mio letto fu molto meno piacevole. Sentii di nuovo qualcuno salire, ma nella mia mente ancora a metà tra il mondo dei sogni e quello reale avevo capito che non era lei. Quella presenza mi sembrava maschile, tanto che pensai che fosse il gattino che al momento viveva con noi che avesse deciso di passare la notte con me. Ma subito mi ricordai che la porta della mia stanza era chiusa e che, quindi, non poteva essere lui.

La paura si impadronì di me. Cos’era quella cosa che stava nel letto vicino a me, e che mi avvolgeva con la sua presenza? Sentivo che stava diventando sempre più forte, e cercare di aprire gli occhi, di girarmi. Ma non riuscivo. I miei occhi erano saracinesche, il mio corpo era pietra. La paura si trasformò in terrore. Nella mia mente vedevo il mio corpo e gli ordinavo di muoversi, di fare qualcosa. Mi dibattevo dal di dentro, per combattere quella cosa. Lui se ne accorse immediatamente, e cominciò a stringere, stringere sempre di più, fino a che sentivo che il collo mi si restringeva e l’aria mi mancava. Fortunatamente io fui più forte, riuscii a muovermi, lui si dissolse, la pressione svanì, l’aria tornò respirabile.

La scorsa notte è tornato. Avrei dovuto capire che stava succedendo. Alcune delle mie cose sparivano, e io continuavo a dimenticare ciò che stavo facendo. A letto, pur in una notte fresca, sudavo come nel pieno di un pomeriggio torrido e assolato. E’ arrivato più velocemente questa volta, forse già sapendo che me ne sarei accorta. Ma ha commesso l’errore di non aspettare il momento giusto. Ero ancora di più nel mondo reale che quello dei sogni, e quando ho avvertito la sua presenza, e ho cercato di contrastarlo, non è riuscito a stringermi il collo molto a lungo. Sono riuscita a bandirlo da me ancora una volta.

Al mattino rimangono le stesse domande. Chi è? Cosa vuole da me?

Ma il quesito che risuona di più è: cosa succede se non riesco a fermarlo?

La mia proverbiale codardia mi impedisce di aspettare, chiedere, capire chi sia e cosa voglia. Forse sono io che lo spavento quando voglio mandarlo via, forse se non le respingessi, non mi stringerebbe soffocandomi.

La risposta mi resta sconosciuta. Dovrò attendere un’altra visita di questo inquilino scomodo, per capire se sono in grado di affrontare la notte che c’è dentro di me.


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