October 6, 2014

The Normal Heart


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Diciamocelo chiaramente. Nel 2014 a nessuno va di parlare più di HIV/AIDS. Il furore di opinione pubblica degli anni ’80 e ’90 si è placato da un pezzo. Philadelphia è solo uno dei film con cui Tom Hanks ha vinto l’Oscar. Ricordo che da adolescente perfino i fumetti di Lupo Alberto avevano prodotto una edizione speciale per insegnare ai ragazzi a come proteggersi dalle malattie sessualmente trasmissibili (clicca qui per scaricare l’opuscolo in pdf). Ora non se ne parla più.

Forse i promettenti risultati delle nuove terapie, che garantiscono una aspettativa di vita decisamente superiore a quella che si pronosticava ai contagiati dei primi anni ’80 ci fanno pensare che la malattia non si più un rischio. Eppure i nuovi contagiati sono circa 6.000 ogni giorno. Senza distinzioni di nazionalità, età e orientamento sessuale (anche se quando si tratta di donare il sangue le discriminazioni scientificamente infondate ci sono ancora).

Stupisce positivamente allora che la HBO decida di produrre e mandare in onda The Normal Heart per la regia di Ryan Murphy (creatore di Glee e American Horror Story e regista al cinema di Mangia, Prega, Ama). Ma evidentemente esistono ancora persone che vogliono parlare di questa malattia e dei devastanti primi anni di contagio. Di come abbia dilaniato la comunità gay, fatto emergere la più becera omofobia e, nelle parole del personaggio interpretato da Jim Parsons, abbia decimato un’intera generazione tra l’inerzia generale.

Premetto che c’è qualcosa che non mi convince nel modo in cui Ryan Murphy dirige un lungometraggio. Non riesco a definire di cosa di tratta, ma c’è una sorta di discontinuità nel mondo in cui racconta le sue storie. Se in Mangia, Prega, Ama questa caratteristica era di detrimento al film, in The Normal Heart questa disarmonia si sposa perfettamente con la passione e la disperazione dei personaggi che vuole raccontare. E Murphy si trova tra le mani un cast in stato di grazia, che porta sullo schermo un’intepretazione corale piena di passione.

Un superbo Mark Ruffalo intepreta Ned Weeks, scrittore e attivista per i diritti gay, che nei primi anni ’80 incontra la dottoressa Emma Brookner, poliomielitica, e una dei primi medici a rendersi conto della malattia che stava falciando via i giovani uomini nel mondo. Il film segue la lotta quotidiana di Ned e degli altri attivisti (tra cui un meraviglioso Jim Parsons) alla ricerca di una cura, ma soprattutto di fare riconoscere al governo degli Stati Uniti la realtà della terrificante epidemia che si stava propagando nell’indifferenza. Come sappiamo tutti, ci vollero le prime evidenze di trasmissione del virus anche in rapporti eterosessuali prima che qualcuno prendesse davvero sul serio la situazione.

Il film non propone risposte, ma solleva tante domande. E non risparmia nessuno. Il governo e la sua letale indifferenza.  Quei membri della comunità gay che prima rifiutano di riconoscere il problema e poi vogliono lottare dalle retrovie. Le commissioni mediche che non vogliono collaborare con scienziati di altre nazioni.

Non ci sono né vincitori né vinti.

Il film è un pugno nello stomaco, dall’inizio alla fine. Non c’è un happy ending hollywoodiano prima dei titoli di coda. E’ un film che parla di odio e di amore, di accettazione e discriminazione. Racconta in maniera cruda una pagina di storia che non andrebbe dimenticata. Eppure basta guardarsi un po’ intorno per rendersi conto che quello che è successo meno di 30 anni fa già è stato seppellito tra ricordi lontani.

Julia Robert/Emma Brookner parla di come anche la polio fosse causata da un virus e che nessuno si ammalava più di polio negli anni ’80. Peccato che proprio in questo ultimo periodo, il movimento anti-vaccini stia minando pesantemente decenni di prevenzione e che di polio forse, tra non molto, rischieremo di ammalarci ancora.

E ancora, risulta facile fare un parallelo tra l’AIDS negli anni ’80 e la recente epidemia di Ebola che ha colpito l’Africa dell’Ovest. Entrambi i virus sembrava che riguardassero solo una parte della popolazione, perché il resto del mondo avrebbe dovuto fare qualcosa al riguardo?

Sebbene alcuni difetti stilistici siano innegabili, The Normal Heart entra di diritto nella lista di quei film che vanno visti. Specialmente ora, in un’epoca di grandi vittorie nel campo dei diritti civili, non dobbiamo dimenticare da dove veniamo e dove rischiamo di ritornare se non continuiamo a lottare.


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