04
Nov

Tu non hai paura?


Sono in piedi sotto la pioggia di luglio, ma stranamente l’acqua non mi bagna. Stavo camminando lungo la strada, percorrendo i pochi metri che separano la casa della mia migliore amica dalla mia, ma non ricordavo di essere da questo lato.


Mi giro. E mi vedo. Stesa sull’asfalto, la gamba destra piegata ad un angolo innaturale, il sangue, misto a qualcosa di più solido, che si sta accumulando vicino alla mia testa. Segni scuri di frenata sull’asfalto, e poco più avanti, l’auto alla moda di quello che mi ha investita. La pioggia non dà fastidio ai miei occhi, e lo vedo mentre scende dall’auto e viene a controllare cosa mi ha fatto. Lo vedo e lo riconosco. È un mio compagno di classe, colui che ha reso la mia vita alle superiori impossibile, che mi ha derisa, umiliata, abusata dal primo giorno in cui ho messo piede nella scuola. È stato il primo a prendere la patente, il primo a farsi regalare un bella auto sportiva dai suoi genitori, perché tirare di coca e fare il bullo sono evidentemente delle qualità da premiare per i due che hanno messo al mondo questo mostro.


Mi ha reso la vita impossibile, ed ora mi ha uccisa.


Lo vedo sgommare via, appena in tempo perché la madre della mia amica ha sentito il rumore dell’incidente ed è corsa fuori urlando disperata, attirando altri vicini e mia madre e mia sorella. Le vedo disperarsi e trattenersi dall’abbracciarmi, spaventate dal fatto di potermi arrecare altri danni muovendomi. Ma la mia materia grigia è sparsa sull’asfalto, non mi possono creare più danni di così. Sono morta, e mentre vedo l’ambulanza avvicinarsi, scorgo una luce nel buio della notte estiva. È sicuramente per me, Melinda Gordon aveva ragione: la luce esiste e dovrei avviarmi verso di lei. Ma non riesco, continuo a guardare il mio corpo, i paramedici che mi infilano flebo e si guardano consapevoli che stanno tentando di rianimare un cadavere. E’ una scena orribile, eppure non posso smettere di guardare. Mia sorella più piccola è isterica, mia madre ha smesso di urlare e la tiene stretta a sé come se il mondo dovesse finire se la lasciasse andare. Le vedo negli occhi la consapevolezza di avermi già perso. Non la posso biasimare. Nemmeno io sto combattendo l’idea che non esisto più. Non provo nemmeno a rendere nota la mia presenza. So che sarebbe tempo sprecato.


Così mi ritrovo a seguire l’ambulanza, ad assistere agli inutili tentativi di riportarmi in vita, e mi ritrovo ad osservare il mio corpo all’obitorio. Non ho più il senso del tempo, e non so se siano passate ore o giorni quando arrivano i due uomini delle onoranze funebri a vestirmi. Vedo che mia madre ha dato loro i miei vestiti gotici. Mi sarei aspettata che sarei finita con qualcosa di bianco addosso per il mio funerale, e invece mia madre ha deciso di lasciarmi andare con gli stessi abiti con cui camminavo da viva. Hanno lavato via il sangue, e i capelli coprono lo scempio che l’asfalto aveva fatto del mio cranio.


Mi fanno un funerale in chiesa. È pieno di gente, anche persone a cui non ho mai parlato. Ci sono perfino gli amici del mio assassino, quelli che hanno contribuito a rendermi la vita un inferno per il semplice fatto che non ero come loro. Mia sorella e la mia migliore amica sono affrante e furibonde, indignate da così tanta falsità. E poi vedo anche lui. È arrivato per ultimo e guarda in basso. Quasi si vergogna. Mi avvicino e comincio a girargli intorno, gli parlo. Gli dico tutte le cose che non ho mai avuto il coraggio di dirgli mentre ero viva. Lo insulto, lo minaccio. È strano. Non sento più nulla: fame, freddo, sonno. Eppure l’odio, il rancore, la voglia di vendetta sono più che vivi dentro di me. Mi bruciano e li sento come una forza che monta a cresce dentro il mio stomaco. So che è stupido perché non ho più un corpo, ma ho l’istinto irrefrenabile di colpirlo, e mi getto verso di lui. Ed, in effetti, gli passo attraverso, ma lui si sposta, stupito, un po’ impaurito.


Sono riuscita a farlo spostare. Non sono così inutile, allora. Incuriosita a da questo aspetto, evito di seguire il corteo al cimitero, e mi soffermo a provare a spostare qualche oggetto. All’inizio sembra impossibile. Ma poi diventa sempre più semplice, basta solo concentrarsi un po’. È come un allenamento, sposto oggetti sempre più grandi. Passando vicino ad un palo della luce, la lampadina diventa fioca e poi ritorna luminosa come prima. Sono forse stata io? Mi concentro e riesco a fare ballare la luce come voglio io, ed in un ultimo forzo la faccio scoppiare.


Un’idea comincia a balenarmi nella mente. La voglia di vendetta forse può essere soddisfatta. Ma devo studiarla bene, devo essere sicura di ciò che posso fare. Non so quanto tempo sia passato, perché i giorni e le notti sono tutti uguali per me, ma ho scoperto che se mi concentro abbastanza riesco a mostrarmi ai vivi. Solo qualche secondo, e la mia immagine non è stabile, come un ologramma. È successo con la mia migliore amica, non è stato intenzionale, ma volevo così tanto parlarle che mi sono accorta che ha guardato verso di me, e mi ha fissata. Davvero. Non come succede sempre quando lo sguardo delle persone mi oltrepassa, come se io non ci fossi. Mi ha guardata.


Così ho cominciato a farle visita, e ad andare anche da mia madre e da mia sorella. Sposto qualche oggetto, o faccio trovare le mie vecchie cose fuori dai cassetti. Non sembrano spaventate, anzi quasi sollevate. Mia sorella è consumata dall’odio quasi quanto me, solo che a differenza di me non sa verso chi dirigerlo.


Un giorno ho deciso di andare al cimitero. Non avevo mai visto la mia tomba e la cosa mi incuriosiva parecchio. Ho dato un’occhiata dentro la mia bara, ai vermi e agli insetti che si erano formati dal nulla e che stavano mangiando la mia pelle, la mia carne. Non ho provato ribrezzo, è stato strano. Ma il mio corpo non mi apparteneva più, era come un’auto di cui ci si disfa quando non funziona più. Adesso avevo un altro modo per spostarmi ed era molto più efficiente.


Ce ne sono altri come me nel mondo. Ce ne sono molti. Alcuni sono molto confusi, credono di essere ancora vivi come Bruce Willis ne “Il Sesto Sensoâ€. Non si rendono conto degli altri fantasmi, vedono solo i vivi. Altri ne sono pienamente consapevoli, ma sono così accecati dalla paura e dal trauma che non riescono a vedere la luce. Altri ancora hanno accettato la loro condizione, e continuano ad esistere in questa forma, facendone l’uso che più ne ritengono opportuno, e seguendo le inclinazioni che avevano in vita. Sì, ci sono dei fantasmi assassini in giro. La cosa non è molto rassicurante, ma non ci posso fare niente.
Ho un piano in mente, per la mia vendetta.


Ogni sera faccio visita a quelli che mi hanno umiliato. Li sveglio nel bel mezzo della notte, accendendo il loro computer, lo stereo, facendo scoppiare lampadine e sbattendo le porte. È molto divertente vederli urlare e piangere e chiamare la loro mamma. Poi verso mattina torno alla casa di quando ero viva e mi sdraio vicino a mia sorella, e la guardo dormire abbracciandola. So che lei sente la mia presenza, e so che la conforta. Ed è una magra consolazione per tutte quelle cose che non potrò mai condividere con lei e che non potrò mai insegnarle.


Dopo circa un mese di notti insonni, il gruppo di bulli ha cominciato a parlare. Tra di loro si raccontano di come ogni notte succedano cose inspiegabili nelle loro case. Organizzano perfino un seduta spiritica. Faccio in modo che sappiano che sono io che li sto tormentando, per punirli per ciò che hanno fatto. Metto in scena una serie di effetti speciali e loro scappano urlando, uno si butta perfino fuori dalla finestra. Per sua fortuna sono al piano terra.


Il mio assassino è quello più terrorizzato. Perché io ancora non l’ho toccato. Non gli ho fatto nulla dopo quel giorno al mio funerale. Ed ora lui vive nel terrore aspettandosi qualcosa da me. Bene. Che sappia anche lui cosa significa avere paura giorno, dopo giorno, dopo giorno.
Lo lascio cuocere ancora un po’ e poi metto in atto il mio piano. È passato un anno ormai da quando sono morta. È di nuovo luglio. Mi faccio vedere nello specchietto retrovisore delle auto che passano per la strada in cui sono stata uccisa. È solo qualche frazione di secondo, ma basta poco, e la leggenda urbana è nata. Si diffonde la storia del fantasma della ragazza gotica uccisa che appare alle auto che passano sulla strada maledetta. Appaio a tutti, ma non a lui, che è costretto a fare quel percorso per tornare a casa. Appaio a tutti, e mi accorgo che la paura dei vivi mi dà energia, mi permette di rendermi visibile più a lungo.


È arrivato il momento


Lo aspetto, quando ormai si è fatto buio e non c’è più nessuno in giro. Lui sta tornando a casa ubriaco e fatto, come sempre. Come quella sera che mi ha uccisa. Lo vedo che cerca di non guardare nello specchietto retrovisore, ma la tentazione è troppo forte. E lo fa.
Scatto come un felino. Mi rendo visibile e comincio a correre dietro alla sua auto. Non sono più soggetta a nessuna legge fisica, posso correre veloce quanto voglio. Il mio assassino comincia ad urlare, e giusto quando ho raggiunto l’auto sparisco. Faccio accendere e spegnere la radio e i fanali, e la cosa più divertente è che attraverso gli altoparlanti sibilo frasi con voce da film dell’orrore. Ormai è in lacrime, ma nemmeno per un momento mi chiede perdono. Prende in mano il crocifisso che da bravo ragazzo di chiesa tiene appeso in macchina. Le mie frasi sibiliate si trasformano in risate. La paura, l’alcol e la droga cominciano a farlo sbandare e finisce contro l’unico albero che c’è lungo la strada. Lo chiameranno albero killer, io la chiamo giustizia. Il mio assassino finirà in sedia a rotelle. La mia vendetta è compiuta, ma lo visiterò ancora di quando in quando, per ricordargli ciò che ha fatto, la vita che ha distrutto e la morte che ha procurato. E per fargli sapere che sono io ad averlo ridotto così.


La luce è sempre lì che mi chiama. Ma non mi interessa. Devo occuparmi di mia madre, di mia sorella e della mia migliore amica. E poi nel mio girovagare ho scoperto che ci sono tante persone come il mio assassino e persone anche peggiori. Nessuno fa niente per fermarli, sono intoccabili.
Almeno fino ad ora. Ogni giorno divento più forte, e scopro che so fare nuove cose. Per qualche secondo sono riuscita a prendere possesso del corpo di un alcolizzato che picchiava la moglie. E sono riuscita a non fargliela colpire. E ogni giorno diventerò più brava, più potente, nutrendomi dell’energia di questi rifiuti umani, che ancora vivono, mentre il mio corpo di diciottenne è quasi del tutto consumato dalla putrefazione e dagli insetti.


Ognuno, che abbia fatto dei torti ad un altro sarà punito. Tutti, nessuno escluso, perché il tempo per me non conta, e ho l’eternità davanti. Posso essere in ogni luogo, in ogni momento. E fare tutto quello che voglio.


Tu non hai paura?


L’ispirazione per questo racconto mi è venuta mentre guidavo col buio autunnale tornando a casa dal lavoro. Ho ricordato la leggenda urbana raccontatami da Annalisa Penolazzi, una delle mie più care amiche, di una bimba investita una notte di luglio sulla strada che porta da Boara Polesine a Cà Bianca, e che si dice compaia nello specchietto delle auto che passano di notte su quella strada. Ovviamente me lo disse dopo un allenamento, a sera inoltrata, e io dovetti percorrere da sola quella strada al ritorno. Ero terrorizzata. I 30 secondi in auto più lunghi della mia vita.


2 Comments, Comment or Ping

  1. Nessa

    Bellissimo anche questo, e…. non ho paura

    November 5th, 2008

  2. Fabio

    Complimenti un bellissimo racconto pieno di particolari e anche molto scorrevole nella lettura.

    March 6th, 2010

Reply to “Tu non hai paura?”