October 22, 2008

Cronache di un vampiro con l’anima – Parte 4: la mia anima


In quel momento rientrò anche Lalitha, venne verso di me e mi liberò i polsi. Ancora nella confusione del momento, mi spiegò cosa ero diventata, e che l’unico modo che aveva trovato per salvarmi era stato quello di maledirmi. Mi aveva maledetta e mi aveva ridato la mia anima. Non sarei mai più stata umana, ma almeno non sarei stata una macchina omicida. O almeno avrei avuto una scelta, sarei stata io responsabile delle mie azioni e non il demone.

Con il vestito ancora sporco del sangue che avevo bevuto da Drusilla, mi portarono nel quartiere cristiano, doveva mio padre aveva pagato il silenzio del macellaio che ogni notte mi avrebbe venduto il sangue degli animali che uccideva, necessario per mantenermi in vita. Anni dopo scoprii che Angelus aveva subito la stessa maledizione, per aver ucciso la principessa degli zingari in Romania, e che anche lui, che un tempo era stato un assassino efferato, ora era costretto a sopravvivere bevendo sangue animale. Niente più stuzzicanti giovani donne per lui.  A dire la verità, ci siamo fatti due risate sulla faccenda quando sono andata a trovarlo a Los Angeles qualche anno fa, quando ancora era CEO della Wolfram & Hart. La vita ti porta su strade strane a volte.

Ad ogni modo, la mia vita per alcuni giorni fu molto monotona. Attendevo la notte per andare a prendere l’unico cibo che avrei mangiato, e scoprii che non ero costretta  a dormire durante il giorno, ma che potevo stare sveglia e passare del tempo con Lalitha e i ragazzi come prima che l’orrore ci raggiungesse. La cosa mi fece quasi uccidere, perché un giorno mi ero quasi dimenticata della mia nuova condizione e, del tutto sopra pensiero, andai sotto la luce del sole del nostro giardino. Quasi bruciai viva.
In quel momento capii che per me era ora di accettare che non ero più umana.
Mi gettai sui libri e imparai quanto più possibile sui vampiri, la loro storia, i loro punti di forza e di debolezza. Divenni esperta nell’imparare ed usare tutti i trucchi possibili per non fare capire alle persone che in me c’era qualcosa che non andava. E mio padre fu molto di aiuto in questo, quando fece togliere tutti gli specchi dalla casa. Sarebbe stato molto strano se qualcuno non avesse visto la mia immagine riflessa.  Soprattutto imparai quanto più potevo sulla maledizione con la quale Lalitha mi aveva ridato la mia anima. Era un incantesimo potente, ma molto volatile, era reversibile, e non riuscivo ad accettare che l’unica cosa che mi aveva lasciato un briciolo di umanità mi fosse stata imposto, e non fosse qualcosa che mi ero conquistata da sola.

I problemi non finivano qui. All’inizio il fatto che uscissi molto poco di casa era stato spiegato con il trauma subito per i tragici eventi che ci avevano investiti, ma poi i sospetti del villaggio su cosa fossi diventata, si fecero sempre più insistenti, soprattutto quando, durante il solito allenamento, si accorsero che avevo acquisto una forza che di umano aveva ben poco.

La soluzione ai miei problemi arrivò quando incappai nella traduzione di un antico libro sumero che raccontava di un demone che viveva in un grotta in Africa Orientale e che pareva fosse in grado di restituire l’anima permanentemente. Con mio padre riuscimmo a garantirmi un passaggio su una nave mercantile, strutturando un sistema che mi avrebbe assicurato di fare per sempre parte della mia famiglia ed avere così diritto ad una rendita, che mi sarebbe stata necessaria per sopravvivere visto che non avrei potuto lavorare.
Mi imbarcai verso la conquista della mia anima, e salutai mio padre e Lalitha, senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta che li avrei visti. Il primo portatomi via da un’epidemia di colera, la seconda dalle violente repressioni inglesi.


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