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Oct

Cronache di un vampiro con l’anima – Parte 1: L’inizio della storia



Questo racconto ha una storia un po’ lunga e travagliata. Volevo scrivere qualcosa per Halloween. Qualcosa sui vampiri. Ma mi è stato impossibile non scrivere qualcosa che in qualche modo non si rifacesse al mondo creato da Joss Whedon. Nasce così la mia prima fanfic dedicata al Buffyverso, che posterò a capitoli perché non sia troppo lunga.


Il nome che uso nel 2008 è Lillith Delesseps. “Shakespeare in love” è uno dei miei film preferiti e ho scelto una variante del nome della protagonista per la mia identità del momento. La storia dei giochi di identità mi ricorda molto la mia vita. Il mio vero nome è un altro, ma non potrei mai rivelarlo, perché causerei imbarazzo alla mia famiglia, che è ancora una delle più famose e stimate in Inghilterra. A me di inglese è rimasto solo un po’ di accento, ogni tanto, perché sono passati più di 200 anni da quando ero una suddita di sua maestà. Se sei morta, o un vampiro, ovviamente, sei esentata dai tuoi diritti e doveri di cittadino. Non che nel 1865 ne avessi poi molti di diritti, in quanto donna nubile, ma negli ultimi anni mi sarebbe piaciuto provare l’emozione di votare, visto che avevo assistito in prima persona alle lotte delle suffragette.


Era il 1865, mi trovavo in India, insieme a mio padre e ad alcuni servitori. La compagnia delle Indie Orientali era diventata il vero padrone di quella nazione splendida, e la mia famiglia era saltata sul carro del colonialismo per guadagnare denaro e un titolo nobiliare. In verità io sarei dovuta rimanere a Londra con mia madre e le mie due sorelle minori, ma il mio promesso sposo era appena stato ucciso in un duello, e i miei genitori speravano che allontanandomi un po’ da Londra e dalla scena mondana, avremmo fatto dimenticare più in fretta l’accaduto e che così avrei avuto qualche pretendente pronto a chiedere di nuovo la mia mano.

Naturalmente non avevo avuto nessuna possibilità di esprimere la mia opinione in merito. Come non avevo mai potuto dire a nessuno che il povero Willoughby non era proprio un buon abbinamento per me. Era un bel ragazzo per gli standard dell’epoca, mediamente intelligente, ma mediocre in tutto quello che faceva. Lui pensava che io fossi totalmente rapita da lui perché nei momenti che passavamo insieme, o sorridevo oppure non proferivo parola, troppo imbarazzata e innamorata per esprimermi a parole.

Se solo avesse saputo che mentalmente ridevo dei suoi modi affettati e della sua più totale incapacità nel non apparire un totale imbranato. Oppure lasciavo andare la fantasia, sognando di mondi lontani da Londra e di avventure fantastiche che mi avrebbero portata ai confini del mondo. Se avessi saputo quello che mi sarebbe successo in India, forse non avrei liquidato Willoughby così velocemente.
Abitavamo in una casa che, anni a seguire, sarebbe stata definita di stile coloniale, naturalmente. Con me e mio padre vivevano altri due mercanti inglesi, e i servitori indiani, assunti sul luogo. Io ero stata affidata alle cure di Lalitha, una donna indiana, che avevo l’impressione facesse di tutto per sembrare il più normale possibile e che invece avesse parecchi segreti da nascondere. A 24 anni la mia educazione era stata completata, e quindi le uniche attività che mi erano richieste erano il ricamo e il saltuario canto per intrattenere gli invitati nel dopo cena. Mi ritrovavo così a passare la maggior parte dei pomeriggi a passeggiare per i campi che circondavano la nostra casa, e spesso sgattaiolavo fuori anche la notte, incapace di dormire nel caldo tropicale che afferrava le pareti della casa come in una morsa.

Fu così che scoprii che alcuni dei nostri servitori ed altre persone del villaggio, di notte si allenavano in una strana arte marziale. Avevo letto che il governo britannico aveva proibito a tutti i cittadini indiani di praticare queste arti marziali, tradizioni millenarie tra la gente del luogo, per soffocare ogni possibile mezzo di ribellione rimasto. Con mia grande sorpresa quella stessa notte, vidi Lalitha, anche lei uscita di casa segretamente, che riceveva delle persone in una tenda improvvisata. Avevo intenzione di chiedere spiegazioni direttamente a lei la mattina seguente, ma fu mio padre a darmele e ad aprirmi una finestra sulla mia famiglia che mai avevo pensato potesse esistere.
Mi spiegò che l’India gli aveva fatto cambiare idea su molte delle sue convinzioni . Il colonialismo che gli era sembrato giusto, legittimo, ora era per lui riprovevole tanto da avergli fatto perdere la fiducia nel governo Britannico. Confermò i miei sospetti sul fatto che la Compagnia delle Indie orientali si fosse resa autrice di azioni spregevoli, che decenni dopo sarebbero stati definite come violazioni dei diritti umani, e che non credeva di poter restare impassibile mentre noi, gli invasori, cancellavamo l’India e le due tradizioni.

Lalitha mi raccontò di essere una sorta di guaritrice nel villaggio, e che tre notti a settimana coloro che volevano opporsi alla dominazione inglese si riunivano per discutere e per continuare a prepararsi allo scontro. Solo in seguito capii quanto Lalitha fosse in realtà potente. Anni dopo, quando Gandhi guidò l’India alla rivoluzione non violenta, ritornai con la mente a quelle persone e alle notti insonni che avevano passato per allenarsi, e pensai che almeno la tradizione non si era persa sotto il peso della dominazione britannica. Mio padre, che per la prima volta nella mia vita vedevo con ammirazione, mi disse che voleva che diventassi anche io parte di quel movimento silenzioso, e che da quel momento in poi avrei potuto scordarmi le rigide regole sociali che fino ad ora l’Inghilterra mi aveva imposto e continuava ad impormi anche a mezzo mondo di distanza.

Scordai canto e ricamo e mi immersi profondamente nella cultura indiana. Lalitha divenne la mia insegnante, raccontandomi le storie e le tradizioni del suo paese. Suo fratello piĂą giovane, Rashid, divenne il mio maestro di Vajra Mushti, la strana arte marziale che avevo visto praticare quella prima notte. Nel giro di pochi mesi, le passeggiate con Willoughby nel centro di Londra erano solo un lontano ricordo. Dopo un anno ero anche riuscita a battere Rashid.

Fu allora che nel villaggio cominciarono ad avvenire delle sparizioni. Delle persone non tornavano più a casa, e solo alcuni dei corpi senza vita venivano ritrovati. Sui cadaveri si diceva che erano stati rinvenuti degli strani segni, dei buchi a coppie. Su una delle ragazze ritrovate, addirittura i segni erano stati trovati in tre parti diverse del corpo, in corrispondenza delle arterie principali. La mattina dopo la quinta sparizione, Lalitha mi spiegò che esistevano delle creature che fuggivano davanti alla luce del sole,e che vivevano cibandosi di sangue umano. Per mia sfortuna, Bram Stocker pubblicò solo anni dopo il suo “Dracula”, altrimenti avrei capito subito che le creature di cui parlava Lalitha erano vampiri, e avrei avuto forse qualche arma in più per difendere il villaggio. Anche se, ripensando a chi mi ritrovai di fronte, forse non avrei comunque potuto salvare me stessa e Rashid. Il nostro compito era quello di osservare i nuovi arrivati, e capire se c’era qualcuno che si faceva vedere solo di notte. Lalitha mi spiegò anche che il posto più sicuro sarebbe stata la mia casa, perché i vampiri potevano entrare solo se invitati.

Per alcuni giorni osservammo le persone che da poco erano arrivate nel villaggio fino a che tutti fummo concordi nel dire che i nostri sospetti maggiori erano tre inglesi: un uomo e due donne. Erano tre personaggi davvero strani. Sempre vestiti in maniera distinta, si facevano vedere solo al calare del sole. La gente non riusciva a staccare loro gli occhi di dosso. Una sera, completamente ubriaco, l’uomo arrivò nel nostro campo di allenamento, urlando e cantando delle canzoni che avevo riconosciuto come irlandesi. Il suono della sua voce era l’unico che rompeva il silenzio della notte indiana, perché nessuno di noi aveva il coraggio di fiatare, spaventati all’idea che i tre potessero denunciarci alle autorità locali. Con nostro grande stupore, pochi secondi dopo arrivarono le due donne. La bionda, che sembrava essere l’unica davvero sana di mentre dei tre, si presentò con il nome di Darla, si scusò e si affrettò a portare via Angelus, l’uomo, e Drusilla, o almeno così aveva richiamato con voce piena di rabbia i suoi due compagni di viaggio, mentre la donna mora rideva e diceva cose senza senso guardando il cielo stellato.

La mattina seguente tutti aspettavamo di essere arrestati per assemblea illegale e chissà quali altri crimini contro sua maestà, ma arrivò l’ora di pranzo e niente era ancora successo. Per Lalitha e Rashid questo significava che quei tre, come noi, avevano interesse a non attirare troppo l’attenzione su di loro, e giungemmo alla conclusione che dovevano essere loro i vampiri.


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